Tumore del polmone, nuove armi di immunoterapia in prima linea

L’Agenzia regolatoria americana approva atezolizumab in combinazione con bevacizumab e chemioterapia come primo trattamento per il carcinoma polmonare non a piccole cellule non squamoso metastatico

Circa cinque mesi di vita in più rispetto alle sole terapie convenzionali. È questo il risultato che i pazienti con tumore polmonare non a piccole cellule (Nsclc) di tipo non squamoso metastatico, senza alterazioni genomiche Egfr o Alk, possono raggiungere con la nuova terapia combinata composta da atezolizumab, bevacizumab e chemioterapia. Risultati che hanno convinto l’agenzia regolatoria statunitense – Fda – a dare il proprio nullaosta all’approccio anche come trattamento di prima linea.

LO STUDIO CLINICO
Il cancro al polmone è la prima causa di morte oncologica nel mondo: fa circa 1,8 milioni di decessi all’anno, quasi 4.800 morti al giorno. Il più diffuso, con l’85% dei casi, è il carcinoma polmonare non a piccole cellule (Nsclc) squamoso o non squamoso. Lo studio clinico di fase III IMpower150 è rivolto a una particolare popolazione di pazienti affetti da Lsclc non squamoso allo stadio metastatico, con lo scopo di verificare l’efficacia e la sicurezza della somministrazione della terapia a base di atezolizumab in combinazione con bevacizumab e chemioterapia convenzionale. La sperimentazione ha coinvolto 1.202 persone, il cui tumore non presentava mutazioni Egfr e Alk. I partecipanti sono stati divisi in modo casuale in tre gruppi, i cosiddetti bracci dello studio: il primo ha ricevuto atezolizumab in combinazione con la chemio standard usata in questi casi; il secondo, invece, in più ha ricevuto anche bevacizumab; infine il terzo (quello di controllo) è stato trattato con bevacizumab e chemioterapia.

I RISULTATI
L’ultimo aggiornamento dello studio clinico riporta un beneficio significativo per i pazienti inclusi nel secondo braccio della sperimentazione: rispetto ai pazienti sottoposti solo a bevacizumab e chemioterapici, la terapia combinata con atezolizumab ha aiutato le persone a vivere più a lungo (19,2 mesi rispetto a 14,7 mesi), allungando il tempo di sopravvivenza libera da progressione della malattia del 29%. Il 51% dei pazienti del secondo gruppo hanno avuto una risposta parziale al trattamento, mentre il 4% una risposta completa. Nel 55% dei casi, inoltre, la terapia combinata con atezolizumab ha ridotto le dimensioni dei tumori, un dato registrato solo nel 42% dei pazienti del terzo gruppo. Oltre a dimostrarne l’efficacia, le conclusioni dello studio avvallano anche la sicurezza complessiva del trattamento con atezolizumab, i cui effetti collaterali si sovrappongono a quelli manifestati nel braccio di controllo.

I VANTAGGI DELLA COMBINAZIONE
Atezolizumab è un anticorpo monoclonale che si lega a una proteina chiamata PD-L1, una molecola espressa sulle cellule tumorali Nsclc e sulle cellule immunitarie infiltranti il tumore, e ne blocca l’attività. Il meccanismo d’azione di atezolizumab, in pratica, fa in modo che sia possibile attivare i linfociti T del paziente contro il tumore. Bevacizumab, invece, è un farmaco che inibisce la formazione di vasi sanguigni che nutrono il tumore usato da tempo e secondo i ricercatori migliora e potenzia la stimolazione del sistema immunitario da parte di atezolizumab.

La Repubblica, MARA MAGISTRONI, 11.12.2018