Tumore del polmone: quando si ammala chi non ha mai fumato

Oltre seimila ogni anno le diagnosi di tumore del polmone in Italia nei non fumatori. La malattia, in questi casi, può essere «aggredita». Purché però la diagnosi sia accurata

Il tumore del polmone è legato «a doppio filo» al fumo. La maggior parte delle nuove diagnosi – una quota compresa tra l’80 e l’85 per cento – si registra in persone da anni a contatto con le sigarette. Ma i numeri di coloro che sviluppano la malattia oncologica con il più alto tasso di mortalità pur avendo evitato qualsiasi prodotto del tabacco, non sono trascurabili. Si tratta di oltre 6.100 nuovi pazienti all’anno, soltanto in Italia. Più, per esempio, di coloro che scoprono di avere un cancro dell’ovaio (5.200), della cervice uterina (3.700), del testicolo (2.400) o dell’esofago (2.100). I loro tumori, però, soffrono spesso di un «complesso di inferiorità» rispetto a quelli dei fumatori. L’attenzione ridotta (o tardiva) rivolta a questi casi è determinata da una generale sottovalutazione del problema, che riguarda tanto i mediciquanto le persone comuni.

IL TUMORE DEL POLMONE NEI NON FUMATORI

Il rischio esiste, come sottolineato da quattro scienziati inglesi in un editoriale pubblicato sul Journal of the Royal Society of Medicine. «Molte persone che non hanno mai fumato credono di non poter assolutamente ammalarsi di tumore del polmone – afferma Mick Peake, docente di pneumologia all’Università di Leicester e responsabile del programma per la diagnosi precoce del Public Health England (Phe): l’equivalente del nostro ministero della Salute -. Quando ciò si verifica, spesso subiscono diagnosi tardive: così si riduce la probabilità di essere curati in maniera efficace». Ben venga dunque la guardia alta tenuta nei confronti del fumo, senza il quale le neoplasie polmonari diverrebbero delle malattie quasi rare. Ma secondo gli esperti, puntando forte su questa correlazione, ci si è quasi «dimenticati» di quei pazienti per certi versi ancora più sfortunati.

CONSAPEVOLEZZA DA MIGLIORARE

Molti di loro, al momento della diagnosi, chiedono: «Se non ho mai fumato, come ho fatto ad ammalarmi?». Una risposta per tutti non esiste, anche se è nota l’esistenza di altri fattori di rischio: come l’esposizione professionale a sostanze cancerogene, l’inquinamento ambientale e atmosferico, il contato frequente con il fumo passivo e il radon. Detto ciò, esiste sicuramente una quota di diagnosi che non è riconducibile a nessuno di questi. «Le evidenze che correlano questi fattori di rischio alla probabilità di insorgenza della malattia sono abbastanza deboli: ciò lascia ipotizzare un ruolo rilevante giocato da fattori genetici in larga parte a noi sconosciuti», sostiene Domenico Galetta, responsabile dell’unità di oncologia medica per la patologia toracica dell’Istituto Tumori Giovanni Paolo II di Bari. «Condivido le preoccupazioni dei colleghi inglesi. Serve più consapevolezza nei confronti del tumore del polmone nei non fumatori. La sfida della diagnosi precocechiama in causa tutti: i semplici cittadini e noi professionisti, a partire dai medici di base».

LA RISPOSTA TERAPEUTICA

Gli oncologi invitano a non sottovalutare quei possibili campanelli d’allarme – tosse persistente, raucedine, respiro corto, dimagrimento, presenza di sangue nell’espettorato – che nei fumatori portano subito a pensare alla possibilità di essere di fronte a una nuova diagnosi di tumore del polmone. «Ciò invece accade di rado quando si è di fronte a una persona non fumatrice – conferma Galetta -. Ma di fronte a un quadro che, nonostante le terapie, persiste, occorre approfondire le indagini». Nello specifico, la malattia di cui si può ammalare anche chi non ha mai fumato è il carcinoma non a piccole cellule. Il primo step di trattamento, quando possibile, è rappresentato dalla chirurgia. Per intervenire sul tumore del polmone, però, è necessario evitare che la malattia giunga a uno stadio avanzato. Contingenza che invece spesso si verifica in questi pazienti. «Ancora oggi, purtroppo, le diagnosi in quarto stadio sono più frequenti rispetto a quelli in primo e secondo». Da qui la necessità di migliorare il primo approccio con la malattia, anche perché «spesso la proliferazione cellulare nei non fumatori è molto più facile da aggredire con i farmaci oggi disponibili», aggiunge l’esperto.

DIAGNOSI PRECISE E TERAPIE MIRATE

Indipendentemente dalla possibilità o meno di ricorrere al bisturi, stabilizzare la malattia (anche se in fase metastatica) nei non fumatori è più semplice. A regolarne l’avanzamento, in questi casi, è spesso un numero ristretto di alterazioni molecolari: Egfr, Alk, Ros1, Braf (ma non è da escludere che ve ne siano pure altre, ancora da scoprire). Il gergo tecnico oggi comincia a essere noto su una più larga scala. «Oltre la metà dei pazienti non fumatori presenta una di queste alterazioni genetiche, nei cui confronti ci sono soluzioni più efficaci rispetto alla chemioterapia – prosegue Galetta -. In questi casi si ricorre a una terapia con farmaci biologici: si tratta generalmente di pillole da assumere ogni giorno, un aspetto che migliora anche l’aderenza alle terapie». I farmaci a disposizione sono poco meno di dieci, un altro paio sono in arrivo. Il nodo, però, è un altro. La diagnostica molecolare propedeutica alla definizione della terapia più appropriata non è ancora un abitudine in tutti gli ospedali dotati di un reparto di oncologia. «Questo è un altro aspetto da migliorare – chiosa lo specialista -. Non possiamo compromettere le chance di sopravvivenza dei pazienti non fumatori per l’impossibilità di formulare una diagnosi completa anche su base molecolare».

Fondazione Umberto Veronesi, Fabio Di Todaro, 7.5.2019